Negli anni ’90, mentre il grunge americano di Nirvana e Pearl Jam monopolizzava le classifiche, dall’altra parte dell’Atlantico l’Inghilterra rispondeva con un suono tutto suo. Nacque così il Britpop, un movimento che mescolava chitarre, ironia e un orgoglio nazionale ritrovato. In cima a quella scena due nomi: Oasis e Blur. Due band, due stili, due visioni del mondo. E una rivalità che ha segnato un’epoca.
Le origini
I Blur nascono a Londra nel 1988. Damon Albarn, Graham Coxon, Alex James e Dave Rowntree sono ragazzi colti, urbani, con un’ironia tutta “middle class”. Il loro suono è sofisticato, carico di riferimenti alla vita quotidiana britannica. Giocano con i cliché della società inglese e li trasformano in canzoni intelligenti e provocatorie.
Gli Oasis, invece, arrivano da Manchester e da un mondo completamente diverso. Noel e Liam Gallagher crescono in un contesto operaio, e la loro musica è diretta, istintiva, priva di filtri. Vogliono scrivere inni per la gente comune, canzoni da stadio da urlare a squarciagola. Dove Blur osservano, Oasis sognano. Dove Albarn sorride ironico, Liam lancia una sfida.
L’esplosione del 1995
Il 14 agosto 1995 è la data simbolo del Britpop. Blur pubblicano “Country House”, Oasis rispondono con “Roll With It”. I tabloid si schierano: The Guardian con Blur, The Sun con Oasis. È una guerra di classe in forma pop. Londra contro Manchester, Sud contro Nord, borghesi contro proletari.
Alla fine vincono i Blur nelle classifiche, ma gli Oasis trionfano nel cuore del pubblico. Pochi mesi dopo, il loro album “(What’s the Story) Morning Glory?” diventa un fenomeno mondiale, con brani come “Wonderwall”, “Don’t Look Back in Anger” e “Champagne Supernova”. È l’apice del Britpop e, forse, anche l’inizio della sua fine.
Due modi di essere inglesi
Blur e Oasis rappresentano due anime del Regno Unito. I primi, ironici e osservatori, fotografano la vita urbana con una lente pop e spesso distaccata. Album come “Parklife” (1994) e “The Great Escape” (1995) raccontano l’Inghilterra con sarcasmo e classe, tra sintetizzatori e riff danzanti.
Gli Oasis invece puntano sul cuore. “Definitely Maybe” (1994) e “Morning Glory” sono manifesti di ambizione e rabbia giovanile. Le loro melodie, ispirate ai Beatles ma gonfie di chitarre e orgoglio, diventano inni generazionali. La voce graffiante di Liam Gallagher incarna perfettamente l’atteggiamento “take it or leave it” di un’Inghilterra stanca ma fiera.
Dopo la tempesta
Quando il Britpop iniziò a spegnersi, i Blur scelsero la strada del cambiamento. L’album “Blur” (1997) abbandonò i toni leggeri per un suono più ruvido e americano. Con “13” (1999), la band entrò in territori più sperimentali ed emotivi. Damon Albarn, sempre inquieto, trovò poi nuova linfa nei Gorillaz, reinventandosi come uno degli artisti più versatili della sua generazione.
Oasis, invece, rimasero fedeli al loro stile. Gli album successivi non raggiunsero il successo dei primi due, ma il gruppo restò un punto di riferimento per milioni di fan. Le tensioni tra i fratelli Gallagher, però, crebbero fino allo scioglimento del 2009. Da allora, entrambi hanno continuato carriere soliste, alimentando una leggenda che non si è mai spenta.
Qual è il miglior gruppo?
È una domanda che, trent’anni dopo, resta senza risposta definitiva. I Blur sono stati più eclettici, più curiosi, più disposti a rischiare. Gli Oasis hanno avuto più cuore, più potenza, più capacità di parlare a chiunque.
Forse i veri vincitori sono stati gli anni ’90 stessi, un decennio in cui la musica britannica tornò protagonista e seppe raccontare il proprio paese meglio di qualsiasi politico o giornalista. Blur e Oasis non furono solo due band: furono il riflesso di un’Inghilterra in bilico tra modernità e nostalgia.
E se ancora oggi le loro canzoni risuonano negli stadi, nei pub e nelle cuffie di nuove generazioni, significa che, in fondo, hanno vinto entrambi.
Ascolta la nostra canzone dedicata al Brit Pop e alla contrapposizione tra Blur e Oasis