Tutti conoscono Dorothy, le scarpette rosse e il sentiero di mattoni gialli. Ma pochi sanno come sia nato davvero Il Mago di Oz, il libro che ha cambiato per sempre la narrativa per ragazzi e che, ancora oggi, continua a far sognare adulti e bambini. Non è solo una fiaba, è un viaggio nella mente di un autore visionario e nella storia di un intero Paese.
L’idea di un’America magica
Lyman Frank Baum era un uomo curioso, un inventore di storie e di sogni. Visse in un’America in piena trasformazione, dove la modernità conviveva con la nostalgia per un mondo rurale che stava scomparendo. Nel 1900 pubblicò The Wonderful Wizard of Oz, un libro che voleva rompere con la tradizione europea delle fiabe cupe e moralistiche. Niente streghe che puniscono, niente principi salvatori: solo una bambina comune del Kansas, un cane fedele e un viaggio verso qualcosa che somiglia alla felicità.
Baum non scrisse per insegnare, ma per divertire. Eppure, nelle sue pagine si nascondeva una verità più grande: tutti i personaggi di Oz cercano qualcosa che già possiedono. È una lezione sottile, ma potentissima, che ha reso il libro molto più di un racconto per bambini.
Un mondo simbolico e molto terreno
Gli studiosi, nel tempo, hanno visto nel romanzo una metafora della società americana di fine Ottocento. Il Sentiero di Mattoni Gialli come simbolo del denaro e del potere, la Città di Smeraldo come illusione del progresso, il Mago come incarnazione della politica fatta di promesse. Dorothy, invece, resta l’unica figura autentica, quella che rappresenta il popolo semplice.
Forse Baum non pensava a tutto questo quando scriveva, ma il bello dei grandi racconti è proprio questo: parlano più a lungo del loro autore. Ogni epoca ci rilegge dentro se stessa.
Dal romanzo al film: la nascita di un mito popolare
Quasi quarant’anni dopo, Hollywood prese quella fiaba e la trasformò in un’esperienza visiva mai vista prima. Era il 1939, e il cinema in Technicolor stava appena nascendo. Quando lo schermo passò dal bianco e nero del Kansas ai colori di Oz, il pubblico rimase senza parole. Judy Garland, con la sua voce limpida che intonava Over the Rainbow, conquistò il mondo.
Il film di Victor Fleming non fu solo un successo: divenne un rito collettivo. Ancora oggi viene trasmesso ogni anno, come se fosse un appuntamento con la memoria. Ogni volta, chi lo guarda ritrova la stessa emozione, quella promessa che “da qualche parte, sopra l’arcobaleno”, i sogni sono ancora possibili.
Una storia che non smette di parlare
Da allora, il mito non si è mai spento. Il Mago di Oz ha ispirato musical come Wicked, adattamenti teatrali, libri e serie TV. Ma più di tutto, ha lasciato un’eredità emotiva. Tutti, almeno una volta, ci siamo sentiti come Dorothy: lontani da casa, confusi, ma con la speranza di ritrovare la strada.
È forse questo il segreto della sua eternità. Baum ci ha ricordato che la magia non è nei maghi o nei castelli, ma nel coraggio di chi continua a camminare. Il sentiero di mattoni gialli è la vita stessa, con le sue paure e le sue scoperte. E quando Dorothy pronuncia “Non c’è posto come casa”, non parla solo del Kansas. Parla di ognuno di noi, di quel bisogno universale di appartenere a un luogo, anche solo dentro il proprio cuore.


