Chi è stato il miglior pilota di Formula 1 tra Ayrton Senna e Alain Prost? Una domanda che, a trent’anni di distanza, continua ad accendere discussioni tra appassionati e addetti ai lavori. Perché non si tratta solo di numeri, ma di due modi opposti di interpretare la velocità, la competizione e perfino la vita.
Due uomini, due filosofie
A metà degli anni ’80 la Formula 1 viveva una nuova età dell’oro. Prost era già l’uomo da battere: preciso, calcolatore, capace di leggere una gara come un ingegnere. Non a caso lo chiamavano Le Professeur.
Poi arrivò Ayrton Senna. Giovane, carismatico, spinto da una fede incrollabile nel proprio talento. Il brasiliano guidava come se ogni curva fosse un atto di devozione. In poco tempo conquistò tifosi, rivali e persino chi non seguiva la Formula 1.
Quando nel 1988 i due si ritrovarono compagni di squadra in McLaren, il mondo assistette a una delle rivalità più intense della storia dello sport. Due campioni costretti a condividere la stessa macchina e lo stesso obiettivo: essere il numero uno.
Una convivenza impossibile
La stagione 1988 fu il punto di svolta. La McLaren MP4/4 era imbattibile, ma i rapporti tra i due piloti erano tesissimi. Senna vinse il titolo mondiale, ma Prost non accettò mai il modo in cui il compagno imponeva la propria aggressività in pista.
L’anno successivo la situazione esplose. Suzuka 1989 resta nella memoria di tutti: i due si toccarono alla chicane, Prost si ritirò, Senna ripartì e vinse. Ma fu squalificato, consegnando il titolo al francese. Un anno dopo, ancora a Suzuka, Senna restituì il “favore” buttando fuori Prost (passato alla Ferrari) alla prima curva. Erano due fuochi incompatibili: uno bruciava d’istinto, l’altro di logica.
Numeri che hanno fatto storia
Prost chiuse la carriera con 4 titoli mondiali, 51 vittorie e una costanza leggendaria. Sapeva quando attaccare e quando accontentarsi. Gestiva gomme e carburante come nessun altro.
Senna si fermò a 3 titoli e 41 vittorie, ma con 65 pole position che raccontano la sua essenza: il giro perfetto, la ricerca del limite assoluto. Ogni sabato diventava un rituale, un dialogo tra uomo e macchina.
Prost costruiva le sue vittorie. Senna le conquistava con il cuore.
L’impatto oltre la pista
Il 1° maggio 1994, a Imola, la tragedia. Ayrton Senna morì durante il Gran Premio di San Marino. Il mondo intero si fermò. Quella domenica non scomparve solo un pilota, ma un simbolo di passione, coraggio e umanità.
Prost, che si era ritirato l’anno prima, rimase profondamente segnato. Alla cerimonia funebre, portò personalmente la bara dell’antico rivale. Da allora, il rispetto tra i due è diventato leggenda.
Senna ispirò generazioni di piloti, da Schumacher a Hamilton, mentre Prost continuò a lavorare dietro le quinte, diventando consulente e ambasciatore di uno sport che aveva contribuito a rendere più maturo e consapevole.
Chi è stato davvero il migliore
È impossibile dare una risposta oggettiva.
Prost rappresentava la ragione: sapeva che per vincere un mondiale serve la somma di intelligenza e disciplina. Senna incarnava l’emozione pura: la voglia di superare ogni limite, anche a costo di rischiare tutto.
Se la Formula 1 è un equilibrio tra matematica e poesia, loro ne sono stati i poli opposti. Prost ha insegnato come si vince, Senna perché si corre.
La verità è che nessuno dei due sarebbe stato lo stesso senza l’altro. Senza Prost, Senna non avrebbe trovato il rivale che lo costrinse a superarsi. Senza Senna, Prost non avrebbe avuto l’occasione di mostrare la grandezza della sua mente.
A distanza di decenni, la loro rivalità resta la più affascinante della storia. Non solo per i trofei, ma perché ha raccontato cosa succede quando due geni, così diversi e così simili, si incontrano sullo stesso circuito.
In fondo, scegliere tra Senna e Prost è come scegliere tra il cuore e la testa. E la Formula 1, da allora, non è mai più stata la stessa.


